WhatsApp e la metamorfosi della radio

FM, streaming, podcasting, radiovisione, video, social media, chat. Anche la radio ha saputo evolversi nel tempo come altri mezzi. È così cambiata al punto che diventa difficile pensarla come un oggetto fisico. Quelle apparecchiature dalle forme e caratteristiche più diverse, che hanno fatto la storia del Novecento (veri e propri pezzi da museo), sembrano un lontano ricordo. Sì, perché oggi la radio si ascolta da un’app, uno smartphone, un televisore o un pc. Possiamo sentirla pressoché ovunque senza necessariamente disturbare chi ci sta attorno. Possiamo addirittura (ri)ascoltare i nostri programmi preferiti quando vogliamo e, in qualità di uditori, ci è data l’opportunità di interagire con i conduttori. Non sto parlando della classica telefonata per richiedere una canzone o porre una domanda all’ospite in studio. No. Mi riferisco al lato social della radio, inteso sia come quell’insieme di tecnologie che un’emittente decide di utilizzare per entrare in contatto con il proprio pubblico, sia come la capacità di quest’ultimo di produrre contenuti da condividere direttamente sui profili social di un’emittente o, se presente, di una data trasmissione.

Questi networked listeners (ascoltatori connessi), per riprendere una definizione coniata da Tiziano Bonini, producono testi, immagini e video. In genere, come si evince da un recente studio di Enrica Atzori, che ha analizzato la lingua e il tipo di interazione del pubblico nelle pagine Facebook dei dieci programmi più attivi in questo canale, si tratta perlopiù di commenti a un post diffuso dalla stessa emittente, dell’invio di un contributo richiesto, di apprezzamenti o critiche (sic!) verso gli speaker o il programma, di saluti o segnalazioni tecniche.

La possibilità di creare un collegamento diretto con “le voci” che si è abituati ad ascoltare – la radio ha un’audience tendenzialmente fidelizzata; rispetto alla televisione, si presta meno allo zapping –, magari seguendole anche attraverso i loro profili personali, non solo tramite Facebook, ma anche attraverso Twitter, Instagram o YouTube, fa venire meno quel concetto di unidirezionalità che caratterizzava fino a ieri la radio. L’ascolto non è più passivo. Anche l’uditore può (e vuole) far sentire la propria voce. E lo può fare lungo tutto l’arco della giornata perché l’interazione social non conosce le restrizioni del palinsesto.

Un altro strumento che sta conoscendo un largo impiego nelle radio, consentendo alle emittenti, da un lato, di aumentare l’engagement e agli ascoltatori, dall’altro, di sentirsi in diritto di esprimersi, è WhatsApp, l’applicazione di messaggistica più usata dagli italiani. Sono soprattutto i messaggi vocali, necessariamente brevi come vuole la bibbia della radio, ad essere richiesti per la successiva messa in onda. Obiettivo: dare voce, nel senso proprio dell’espressione. Certo, la mole di messaggi che arriva in redazione ogni giorno e per ogni trasmissione è davvero considerevole. La selezione deve essere fatta in breve e per ritrovarsi on air gioca a proprio favore l’originalità del contributo. Originalità del punto di vista proposto e nel modo di raccontarlo.

Il contributo dell’ascoltatore può essere ancor più d’interesse nel caso questi sia o sia stato testimone di fatti di rilevanza pubblica. Anche quel materiale UGC (User Generated Content) può diventare parte integrante di un reportage.

Concludendo, la distanza tra chi sta al di qua e al di là del microfono si è andata progressivamente accorciando. Anche l’audience pretende il suo spazio e, come ricorda Enrico Menduni, la radio deve prendere atto che, “senza una continua e calda interazione con gli ascoltatori, che si dispieghi anche fuori dall’emittente (sui social), semplicemente non esiste”.

Elena Trentin
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