Dubita sempre, anche delle fonti apparentemente più autorevoli.
Non lasciarti convincere da quello che la tua rete di amici condivide nei social network.
Confronta e verifica.

Sembra più facile a dirsi che a farsi, in un momento storico in cui si fa un gran parlare di fake news, riuscire a prendersi il tempo di andare oltre la notizia che si sta leggendo e controllarla. Servono gli strumenti giusti per condurre un’analisi approfondita e la consapevolezza che sotto l’etichetta di “fake news” si nascondono contenuti che registrano un diverso grado di disinformazione. Si può spaziare dalle bufale vere e proprie alle teorie complottiste, dalla satira decontestualizzata alla propaganda politica, dalle leggerezze giornalistiche all’ errata comprensione dei fatti. Di fronte a tale varietà, i ricercatori Claire Wardle e Hossein Derakhshan hanno proposto l’uso dell’espressione “Information Disorder”.

Senza entrare nel merito delle motivazioni che hanno condotto alla cosiddetta “era della post verità” e restringendo lo sguardo alle notizie di carattere medico-scientifico, ci si aspetterebbe sempre un approccio critico da parte di giornalisti e comunicatori. In realtà, scarsa o nulla preparazione in materia e ritmi redazionali frenetici portano, in molti casi, a prendere per oro colato la prima fonte della notizia e a farne copia e incolla, o ad interpretare come sinonimi termini che tali non sono (vedi l’utilizzo alternativo, ma improprio, di virus e batterio).

A questo proposito, ricordo il monito di una collega: “Dubita sempre delle notizie che ti vengono proposte: spesso hanno una rilevanza discutibile o importanti limitazioni”. E via con una serie di indicazioni che dovrebbero suonare come campanelli d’allarme:

  • diffida degli articoli dai titoli accattivanti rilanciati tramite i social network, di quelli che nascono solo dall’opinione di un esperto o da una conferenza / comunicato stampa dal tono entusiastico, senza aggiunta di approfondimenti;
  • valuta eventuali conflitti d’interesse che potrebbero portare ad affermazioni non del tutto veritiere o che tacciono gli aspetti negativi;
  • considera se il metodo e i dati proposti poggiano su solide basi (soffermati su com’è stato condotto lo studio e osserva se mette sullo stesso piano dati discordanti, se riporta prove sufficienti, se esiste una pubblicazione in riviste specializzate ufficiali);
  • stabilisci la reale novità della notizia (contestualizzala raccogliendo informazioni sullo status quo, rivolgendoti a un esperto indipendente o analizzando gli studi in revisione paritaria);
  • chiarisci l’utilità di un nuovo trattamento (specifica quale tipologia di pazienti vi può ricorrere, in quali situazioni, qual è la disponibilità sul mercato e a quali costi).

Questa rapida panoramica non pretende certo di essere esauriente, ma suggerisce quanto sia complesso e necessario filtrare le sollecitazioni che giungono da ogni dove. Tant’è che, in mancanza di informazioni attendibili mediate da giornalisti e comunicatori, si assiste all’iniziativa di gruppi autonomi di cittadini che, coinvolti da vicino in problemi di carattere salutistico, cercano di trovare risposta in prima persona alle loro preoccupazioni.
È il caso di un gruppo di genitori del Veneto centrale – le Mamme NO PFAS – che ha creato un collettore di documenti tecnico-scientifici sui pericoli delle sostanze perfluoroalchiliche per la salute umana, oltre che sulla situazione specifica del territorio. Gli argomenti, definiti “utili alla causa”, sono presentati nella loro evoluzione e, soprattutto, così come proposti dalle varie fonti istituzionali da cui sono tratti, quasi a voler concedere al singolo lettore la capacità di saper comprendere i concetti esposti, lasciandolo libero di farsi una propria opinione.

Elena Trentin


Per saperne di più scarica il rapporto “Information Disorder” e visita il sito First Draft News

 

 

 


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