“Per far conoscere il lavoro dei ricercatori all’esterno bisogna banalizzare quello che fanno”.

comunicare medicinaQuando ho sentito questa frase mi è corso un brivido lungo la schiena. Voglio pensare che quel ‘banalizzare’ sia stato solo un lapsus e che chi ha pronunciato quel verbo volesse dire, in realtà, ‘semplificare’. Sì, anche perché l’autore di questa “perla” è un collega giornalista, quindi una persona che per professione è attenta all’uso e al significato delle parole. O, meglio, dovrebbe esserlo. Tanto più se si tiene conto che questa affermazione è uscita durante una riunione che aveva per tema lo sviluppo della comunicazione di un ente che si occupa di ricerca scientifica.

Quanto sia complicato spiegare bene la scienza e il ruolo cardine del giornalista in questo processo, mi hanno riportato alla mente la recente chiacchierata con Daniela Ovadia in occasione della presentazione del libro scritto a quattro mani con Silvia Bencivelli: “È la medicina, bellezza! Perché è difficile parlare di salute”.

“È difficile parlare di salute – ha detto la giornalista scientifica ed eticista – perché, in generale, i giornali tendono a dare le notizie in due sensi, o buone o cattive. Invece il mondo della ricerca medica, e in particolare quello delle terapie, è un mondo di grigi, in cui è sempre necessario fare dei distinguo. Ci sono cose che funzionano, ma non per tutti; bisogna allora spiegare per quali categorie vanno bene. A volte è necessario precisare che le ricerche sono preliminari e non definitive, quindi che una data notizia è promettente ma chi lo sa se davvero arriverà a curare qualcuno. In sostanza, viviamo in un mondo di complessità che non è lo stile che piace a chi ci commissiona gli articoli, cioè ai direttori delle testate giornalistiche, ma non piace spesso neanche al lettore, che preferirebbe sentirsi dire ‘fai pure questa cosa che ti salverà la vita’ o, al contrario, ‘questa cosa ti farà malissimo’”.

Se il giornalista svolge un ruolo di filtro fondamentale tra il mondo scientifico e il grande pubblico, quale dovrebbe essere l’approccio di ricercatori e scienziati?

“Dovrebbero usare meglio i professionisti della comunicazione, che a loro volta dovrebbero essere formati meglio – ha risposto Ovadia –. In Italia abbiamo l’idea un po’ bislacca, francamente, che il giornalista possa occuparsi di qualsiasi cosa, che non sia necessario avere una formazione specifica (il che non vuol dire avere una laurea in medicina, ma il fatto, per esempio, di occuparsi da molti anni di medicina vuol dire conoscere l’argomento e sapere cos’è successo in precedenza in un certo ambito). Prevale l’idea delle redazioni generaliste, in cui ci si può occupare di tutto, dal gossip alla medicina, passando per il calcio, a seconda di dove si viene piazzati. Ciò è profondamente sbagliato perché per parlare di argomenti complessi bisogna conoscerli”.

“Dall’altro lato – ha aggiunto la professionista – abbiamo ricercatori e scienziati che spesso, proprio perché si trovano davanti a giornalisti non sufficientemente preparati, che scrivono cose sbagliate o travisano il messaggio scientifico, tendono a fare da sé con grossi problemi e, talvolta, danni. Quando uno scienziato comunica direttamente, non sempre possiede gli strumenti tecnici, perché anche comunicare è una “scienza”. Il giornalista non traduce solo in linguaggio semplice qualcosa di difficile, ma è qualcuno che fornisce al lettore il quadro generale, ciò che avviene in quell’ambito, quanto è accaduto prima e cosa si può sperare succeda dopo. Aspetti che in genere lo scienziato non solo non considera, ma non sa neppure di doverlo fare perché non è il suo mestiere”.

Come si dovrebbe comportare, dal canto suo, il lettore? Quali accorgimenti dovrebbe adottare di fronte ad un articolo per capire se è affidabile?

“Quando si leggono articoli di salute sarebbe importante avere sempre un occhio di riguardo alla modalità con cui vengono raccontati una scoperta o un farmaco, quindi osservare se c’è una fonte scientifica citata, di che tipo e se lo studio è stato pubblicato in una rivista scientifica seria – ha concluso Daniela Ovadia –. Non basta, come spesso accade in Italia, solo l’opinione di un esperto. Gli esperti possono aiutare a spiegare e a farci capire, ma sono persone con i loro pareri e i loro orientamenti, quindi non sono una fonte obiettiva”.

Caro collega che vorresti “banalizzare” il lavoro scientifico, sei ancora convinto che la tua idea di comunicazione sia così forte?

Elena Trentin

 


Leggi la recensione del libro


Commenti

Lascia un commento