Comunicazione scientifica 4.0 …  La prima volta che si sente questa definizione l’istinto è quello di sghignazzare di fronte a quella che ci sembra una futilità estrapolata da qualche testo di marketing. Eppure non è affatto futile e non è nemmeno il futuro, è già il presente.

L’abitudine di dare una versione informatica a ogni cosa è ormai una prassi da quando tutti usiamo il web per comunicare e va da sé che la comunicazione scientifica non ne è esente. Ma non è solo una moda, è soprattutto il segno di come la tecnologia cambia il modo di comunicare, di come i cambiamenti tecnologici si riflettono sul nostro modo di produrre le informazioni e di fruirne.

In principio c’era la comunicazione della scienza 1.0

Operando un’importante semplificazione, potremmo dire che la versione 1.0 della comunicazione scientifica è quella che si avvale di media quali radio,  televisione e stampa. È chi fa informazione a decidere cosa comunicare e il formato della comunicazione è abbastanza “generalista” perché deve raggiungere il maggior numero di persone possibile. Un modello connotato da una forte asimmetria informativa, che viene anche definito “uno a molti” e che sta ad indicare la prevalenza del carattere informativo della notizia rispetto a quello partecipativo tipico dell’era 2.0.

Con la tecnologia dei social media la comunicazione scientifica si fa 2.0

La scelta dell’informazione da comunicare non è più arbitraria e non piove più dall’alto a pioggia su quello che una volta si chiamava “pubblico generalista”, ma diventa adattativa.

comunicazione scientifica

L’interazione continua con i pubblici, i loro like e commenti permettono di sviluppare una migliore comprensione e previsione di come i diversi gruppi filtreranno o reinterpreteranno le informazioni che verranno pubblicate, dati i loro sistemi di valori personali e le loro credenze.  La scelta dell’informazione da comunicare ricade allora su quella che meglio collega un argomento scientifico a qualcosa che il pubblico già valuta o considera prioritario, senza prescindere da quelle che sono le opinioni che le persone si sono già formate al riguardo e da quello che è il loro vissuto culturale.

Se da un lato la comunicazione scientifica 2.0 è più efficace perché è partecipativa e attenta alla diversità dei pubblici, dall’altro solleva implicazioni etiche che non sono ancora state sufficientemente affrontate e che il caso Cambridge Analytica sta iniziando a sollevare (tanto che l’astronauta Samantha Cristoforetti ha deciso di sospendere il suo account Facebook).

La comunicazione scientifica 3.0  vede l’inserimento di un nuovo attore nelle dinamiche comunicative.

A giornalisti e comunicatori si affiancano i (ro)bot di prima generazione. I bot – che devono parte del loro successo all’applicazione di messaggistica Telegram – sono dei semplici applicativi capaci di azioni ripetitive. In pratica potremmo definirli dei software che accedono alla rete e che hanno lo scopo di provvedere all’automazione di servizi quali cercare e fornirci le notizie che ci interessano, segnalarci i musei nelle nostre vicinanze e così via. Insomma prima cercavamo le informazioni e ottenevamo dei risultati di ricerca, oggi con i bot non abbiamo più bisogno di farlo  perché non rispondono a una ricerca, ma a un bisogno, decidono (pur in modo automatizzato) cosa si accorda con i nostri interessi.

Ma i bot non si limitano a fornirci notizie, le producono anche. Esistono già bot di scrittura di notizie, in grado di produrre più storie di quante possano scrivere gli esseri umani, e più velocemente, come il Quakebot del LA Times un chiaro esempio di come siamo ormai entrati in un’era in cui i computer possono raccontare notizie senza i giornalisti.

Sicuramente le case editrici possono operare grandi risparmi introducendo i bot per scrivere gli articoli e sicuramente con l’andare del tempo questi articoli saranno scritti sempre meglio arrivando a superare in precisione e chiarezza i testi scritti dai giornalisti scientifici. Ma a mio parere saper scrivere bene e in modo chiaro è solo una piccola parte del compito. Il testo non deve essere solo facilmente compreso, ma deve fornire contesto sufficiente a permettere a chi legge di sviluppare spirito critico. Studi diversi su uno stesso oggetto di ricerca portano a  risultati diversi, solo contestualizzandoli in un panorama più ampio riusciamo a comprendere che tale diversità non si traduce automaticamente in opposizione, ma è l’espressione di approcci diversi al problema. E questo un bot non lo sa fare (ancora)!

L’intelligenza artificiale porta la tecnologia 4.0 nella Torre d’Avorio

Se implementiamo i bot con quella tecnologia adattativa che chiamiamo intelligenza artificiale, potremmo sperimentare qualcosa di molto diverso dal disporre di un aggregatore che seleziona per noi solo le  notizie che ritiene ci interessino di più. Potremmo addirittura leggere articoli scritti appositamente per noi. Insomma AI (artificial intelligence) potrebbe scrivere, presentare interamente le notizie e farlo esattamente nel modo in cui ognuno di noi vorrebbe leggerle, dividendo la realtà in tanti piccoli mondi di fatti alternativi creati con contenuti multimediali mirati. Fantascienza? No, siti di notizie scientifiche, come (e)ScienceNews senza scrittori o editori umani, alimentati da intelligenza artificiale completamente automatizzata esistono già.

Se AI ci sostituirà nella produzione di notizie viene da chiedersi anche se ci sostituirà nel decidere quali aspetti scientifici dobbiamo indagare. Già oggi la tecnologia AI punta all’accademia fornendo servizi quali la compilazione automatica degli articoli scientifici e l’analisi di  enormi librerie di letteratura scientifica che individuano quali sono gli articoli più interessanti per il singolo ricercatore e su quali parti del testo dovrebbe concentrarsi.

Con la sua capacità di analisi e di autoapprendimento è chiaro che ha anche le potenzialità per prevedere e individuare quali potrebbero essere gli ambiti di ricerca più interessanti da esplorare non solo per l’avanzamento scientifico e tecnologico, ma anche perché godono del sostegno dell’opinione pubblica, pilotando così (ipoteticamente) il futuro della ricerca e della società.

 


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