“Ma se sbaglio, possiamo rifare?”

intervista radioNon c’è persona, a qualsiasi categoria professionale essa appartenga, che non mi rivolga questa domanda prima di cominciare la registrazione di un’intervista radiofonica o, in qualche caso, video. Ecco, forse solo un paio ne sono escluse, quella dei politici e quella degli artisti. I primi sono stati addestrati a fare sintesi e non intendono certo crollare davanti a un microfono, i secondi fanno anche della voce il loro lavoro e sanno come porsi in occasione di una chiacchierata formale. L’unico svantaggio, però, è che tendono ad essere prolissi e a mettere troppo in evidenza la loro persona.

Per il resto, tutti paiono omologati. Ricercatori compresi. Pazienza (e giustificabili) coloro che sono alle prese per la prima volta con un giornalista, ma tra quelli che hanno preso paura del mio innocente microfono-registratore figurano persino esperti che da tempo dovrebbero aver adottato le loro strategie di public speaking. Ammettiamolo, fa sorridere pensare a quanti sono anche docenti universitari, e dunque abituati a parlare di fronte a una platea di centinaia di studenti, capace di fare loro il verso, divenire invece esitanti davanti al microfono della stampa! “Cari studenti” – mi viene da pensare ogni tanto –, “se ad un esame la prima risposta non funziona, provate a chiedere anche voi se potete riformularla”!

Prima di procedere alla registrazione di un’intervista è mia prassi parlare con l’interlocutore sia per dissolvere alcuni dubbi e ricavare informazioni utili, sia per calibrare meglio le domande che andrò a porgli “a microfono acceso”. È a questo punto che subentra la fatidica domanda: “Ma se sbaglio, possiamo rifare?”. Certo, trattandosi di una registrazione, e non di una diretta, si può rifare. D’altra parte il tempo a disposizione varia sempre molto. A seconda che l’intervista debba confluire in un notiziario o in una rubrica di approfondimento, per esempio, le risposte possono variare da pochissimi secondi ad almeno un minuto.

Pochi intervistati ne hanno la consapevolezza e dunque bisogna spiegarlo bene. Ma ecco che a registrazione in corso può accadere quello che per me è ormai prevedibile. E il problema non sta tanto in parole dette male, con sillabe casualmente invertite o poco chiare perché la dizione lascia a desiderare. No. Capita ad un certo punto che il mio interlocutore cambi improvvisamente espressione o si avventuri in gesti disperati con le mani o la testa, ma senza dire nulla, per invitarmi a fermare la registrazione. Motivo: ha iniziato frasi che non sa come continuare o ha aperto tante parentesi da non riuscire più a riportare il discorso al nocciolo principale, da vedersi incapace di proseguire e persino di dire “stoppiamoci!” per il timore, francamente incomprensibile, che metta in onda proprio tutto di quella intervista. Meglio la facce da interpretare, secondo loro.

E a proposito di facce, come non ricordare quella volta che un tecnico della sanità, per rimanere concentrato sulle risposte da darmi, ha tenuto quasi sempre lo sguardo abbassato e, a conclusione dell’intervista, mi ha detto: “Scusi se non l’ho guardata, ma sa… mi distrae”.

Detta così…

Elena Trentin

 


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