“Non far sentire il tuo ascoltatore inferiore”. Questo uno dei primi consigli che mi ha dato il direttore quando ho cominciato a lavorare in radio. E non si riferiva tanto al tono da usare, pur avendo anch’esso un ruolo, bensì alla chiarezza espositiva degli argomenti nel rivolgersi ad un pubblico eterogeneo per età, sesso e formazione. Il rischio di risultare troppo didattici o, per contro, di far passare per scontate affermazioni che non lo sono c’è.

Quante volte, anche nelle conversazioni informali, diamo per assodate delle conoscenze solo per via di idee preconcette: “Se lo so io, perché non dovresti saperlo tu?”; “Fa parte della cultura generale”; “Tu che hai fatto l’università dovresti conoscerle queste cose!”; “Fai la giornalista, sai bene di cosa parlo”.

Sono giustificazioni sempre valide? Non credo. A guardare certi quiz televisivi bisogna ammettere che il concetto di cultura generale sta cambiando. In certi casi le risposte errate non sono di certo colpa dell’emozione. E fare il medico, ad esempio, non vuol dire essere preparati allo stesso modo su malattie cardiovascolari e ortopediche. Che dire, poi, del ricorso alla terminologia inglese? Siamo sicuri che la signora Maria ci capirà se infarciamo il discorso di parole straniere ritenute di uso comune? Va di moda, per fare un esempio, citare l’acronimo CEO (Chief Executive Officer) – variamente pronunciato peraltro – per identificare l’amministratore delegato di un’azienda. Ho qualche dubbio, però, che sia così evidente ad una platea generalista…

Di recente mi è capitato di dover presentare l’International Projects Director di una nota business school. Alla mia richiesta di trovare una formula appropriata in italiano per indicare la sua professione, sia perché grazie alle indagini radiofoniche so che il mio ascoltatore tipo difficilmente sarà interessato a tematiche manageriali (ricordo che lavoro per una piccola emittente provinciale), sia perché qualche lamentela su un certo uso dell’inglese è arrivata in redazione, la reazione è stata di stizza. Dopo una decina di secondi di silenzio, che mi sono sembrati interminabili, il mio interlocutore ha risposto: “Va bene, dica allora che sono il responsabile dei progetti internazionali, ma aggiunga che sono ingegnere!”. Non apro parentesi su tale affermazione.

Con questo breve sfogo, non intendo scagliarmi contro l’impiego delle lingue straniere e dell’inglese in particolare. Ben vengano, ma teniamo conto di chi ci leggerà o ascolterà. Ciò vale, più in generale, anche per i contenuti che si vanno a trattare. Da giornalista generalista passo dalla cronaca all’economia, dalla scienza alla cultura, dalla politica allo sport con uno schiocco di dita. Ogni ambito ha il suo linguaggio più o meno complicato. Qualcuno è pure salito alla ribalta guadagnandosi una specifica etichetta, come il politichese, il burocratese e il sindacalese.

Limitarsi a riportare parole, virgolettati, passaggi di documenti chiaramente ostici e senza una benché minima spiegazione, significa da un lato non aver compreso in prima persona l’argomento, dall’altro non aver rispetto dell’ascoltatore e quindi perderlo. E questo per un’azienda non è salutare!

Uno sforzo, pertanto, va fatto. Chiedere chiarimenti direttamente alla fonte, o comunque a chi ha più competenze, è a mio avviso doveroso se voglio parlare anche alla signora Maria che ha solo la quinta elementare. Per lei, che probabilmente non incontrerò mai, ho adottato questa strategia: immagino che ad ascoltarmi ci siano persone del suo stesso livello culturale, persone che conosco bene, e mi chiedo fino a che punto sarebbero in grado di afferrare una notizia così come l’ho organizzata. Un lavoro non facile all’inizio, ma i riscontri positivi poi arrivano.

Elena Trentin


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