termini mediciOsteoporosi  [osteoporosis, eng.] Parola che deriva dal greco osteo- (ossa) e por(os) (poro), più il suffisso -osi (condizione, stato). Come sempre, l’etimologia ci dice già molto: si tratta infatti di una malattia dello scheletro caratterizzata da una riduzione, più o meno diffusa, di tessuto osseo.  È dovuta a uno squilibrio tra l’attività degli osteoblasti  (cellule che contribuiscono alla formazione ossea) e quella degli osteoclasti (cellule che contribuiscono al riassorbimento osseo): queste ultime lavorano più velocemente e l’osso si deteriora. All’indagine radiologica si osserva una rarefazione ossea con assottigliamento e riduzione numerica delle trabecole ossee e un aumento degli spazi midollari. Interessa particolarmente le donne in menopausa (perché con la perdita di estrogeni si ha una maggiore produzione di osteoclasti), ma più in generale la popolazione anziana. Si hanno anche forme primitive idiopatiche oppure secondarie legate a traumi, immobilizzazione prolungata o a disturbi endocrini. La condizione si accompagna a dolorabilità ossea, a deformità scheletriche, ma soprattutto a una maggiore predisposizione alle fratture.

L’esame “gold-standard” per la diagnosi è la mineralometria ossea computerizzata, nota come MOC, che permette di definire la densità ossea.

L’attività fisica, che previene la perdita di massa ossea, è essenziale tanto come misura preventiva che curativa. L’integrazione di vitamina D e di calcio e magnesio viene consigliata come primo approccio, cui segue l’impiego di farmaci “anti-riassorbitivi” (principalmente bifosfonati) che agiscono diminuendo o bloccando l’erosione dell’osso riducendo con ciò le  fratture patologiche.

Lo scorso 20 ottobre si è tenuta la giornata dell’osteoporosi per sensibilizzare la popolazione su questa malattia che interessa il 7,5% della popolazione italiana, 3,5 milioni di donne, 1 milione di uomini e che comporta 90.000 fratture di femore l’anno cui seguono aumento della mortalità , (+ 20%), perdita dell’autonomia (nel 20-30% dei casi), lunga assistenza sanitaria (20% dei casi) e un raddoppio del rischio di frattura dell’altro femore.


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