L’UOMO CHE SCAMBIÒ SUA MOGLIE PER UN CAPPELLO
Oliver Sachs | Adelphi

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappelloÈ opinione comune che il medico debba mantenere un certo “distacco emotivo” dal suo paziente, presupposto di una cura razionale e priva di condizionamenti. Un caso sfugge a questa logica: “L’intima natura del paziente è del tutto pertinente all’ambito d’indagine più elevato della neurologia […] lo studio della malattia non può essere disgiunto da quello dell’identità”. Come fare quando il paziente vive “nella malattia”, spesso senza rendersene conto? Quando è il vissuto di un paziente ad essere patologico, come può il medico prendersene cura, senza intaccarne l’identità?

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello è l’affascinante racconto di questa medicina ai limiti della realtà. È opera di Oliver Sacks, noto neurologo e scrittore scomparso nel 2015. Pur datato 1985, il libro è ancora di estrema attualità: i molti progressi in ambito neurofisiologico e terapeutico non possono dare risposta alle questioni umane e filosofiche sollevate da certe patologie.

I ventiquattro casi clinici che costituiscono la raccolta sono suddivisi in quattro sezioni: “Perdite”, “Eccessi”, “Trasporti”, “Il mondo dei semplici”.

I casi della sezione “Perdite” ruotano intorno al concetto di mancanza, dove il vocabolario neurologico è dominato dal greco. L’alfa privativo accompagna e descrive una miriade di stadi patologici: amnesia, afasia, aprassia, agnosia… Può la perdita di una singola funzione neurologica trasformare completamente la vita di un individuo? “Se un uomo ha perso una gamba o un occhio, sa di averli persi; ma se ha perso un sé, sé stesso, non può saperlo, perché egli non c’è più per saperlo”.

Contraltare delle perdite sono gli “Eccessi”, gli stati “iper”, sempre rifacendosi al greco: “In queste situazioni, il dilemma umano è di tipo particolarissimo, poiché i pazienti si trovano di fronte a una malattia che è seduzione, a qualcosa di molto lontano dalla malattia tradizionalmente intesa come sofferenza o tormento, qualcosa di molto più ambiguo”. Dai tic alle passioni violente, dall’ebbrezza all’eccitazione. Dove la “forzata sedazione” è atto terapeutico teso all’inserimento sociale e dove oppressione di una personalità che sfugge ai canoni tradizionali?

Nella sezione “Trasporti” l’autore, quasi seguisse le orme dei suoi pazienti, sembra abbandonare la strada della razionalità scientifica per concedersi una riflessione filosofica, esistenziale: “I nostri attuali concetti di elaborazione e rappresentazione cerebrale sono tutti essenzialmente computazionali […] Ma gli schemi possono da soli trasmetterci la qualità intensamente visionaria, drammatica e musicale dell’esperienza, quella vivida qualità personale che fa sì che essa sia «esperienza»? La risposta è un «No!» chiaro e appassionato”.

Da ultimo, ne “Il mondo dei semplici” l’autore racconta di alcuni pazienti con deficit intellettivi: lo studio dell’“intima natura” della persona giunge qui al suo apice. Spesso infatti è l’analisi clinica ad essere deficitaria: se considerate come “insieme di funzioni”, alcune persone risulteranno sempre menomate rispetto ad altre. Comprendere la realtà del paziente e svilupparne le potenzialità rappresentano una sfida tanto scientifica quanto umana, senza possibilità di scindere i due aspetti.

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello trasmette il fascino della neurologia nella veste semplice del racconto. I casi, pur realmente affrontati dall’autore, non mancano di ritocchi romanzeschi e note di colore, che li rendono storie affascinanti ancora prima che dilemmi scientifici. Ne risulta una descrizione curiosa e variopinta di un’umanità per certi aspetti “malata” ma altrettanto viva e degna di essere raccontata. E l’impressione che l’autore non sia mai riuscito fino in fondo a creare quel “distacco emotivo” così spesso sbandierato.

Lorenzo Paonessa


Commenti

Lascia un commento