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Lo scopo di questa rubrica è presentare una serie di termini in medicina la cui modalità di scrittura è controversa. La questione può sembrare “speciosa”, superflua, ma non è affatto così. La Medicina (e qui mi piace l’uso della M maiuscola intendendo per Medicina molto più di una scienza, di una disciplina o di una facoltà, ma l’universo Medicina, inteso come approccio globale e scuola di pensiero), necessita di una terminologia esatta e quanto più possibile condivisa.  Non per nulla, alcune aree specifiche della Medicina, l’anatomia prima fra tutte, hanno una loro specifica nomenclatura (la Terminologia Anatomica  – TA). Idem per la nomenclatura nosologica o farmacologica e altre ancora.  

        Insomma, giusto per fare un esempio, non fa lo stesso definire peroneo o peroneale il nervo peroniero: è quest’ultima la forma corretta, mentre le prime due accezioni sono francamente sbagliate, per quanto usatissime. Stessa cosa potremmo dire per il modo in cui vengono definite centinaia di patologie e per altrettanti principi attivi.

        Eppure, anche di fronte all’evidenza (quando c’è), tante volte c’è chi difende a spada tratta la sua scelta che però spesso, a ben vedere, è frutto di abitudini errate, di traduzioni sbagliate, di calchi semantici, se non di pigrizia, che perpetuano l’uso della forma sbagliata.

        È il caso del termine con cui mi piace inaugurare questa rubrica:

Morbidità o morbilità?

Questo è un classico caso di instabilità terminologica nel vocabolario medico: “morbidità” o “morbilità” (e i rispettivi “comorbidità” e “comorbilità”), per non dire “morbosità” (e “comorbosità”)?

“Morbidità” è usatissimo, non fosse altro che per il fatto che è la traduzione più prossima dall’inglese morbidity e, visto che gran parte della letteratura medica italiana è tradotta dall’inglese, il gioco è fatto, ma – come andiamo a  spiegare – il termine è sbagliato.

Anzitutto, il significato: in statistica, la morbilità è il numero dei casi di malattia registrati durante un periodo dato in rapporto al numero complessivo delle persone prese in esame. In medicina del lavoro (e in medicina delle assicurazioni) per “morbilità” si intende il rapporto percentuale tra il numero di giornate di assenza dal lavoro per malattia e il numero di giornate lavorative previste (ossia quelle effettuate più quelle mancate a causa della malattia). In epidemiologia, poi, il termine è spesso impiegato come sinonimo di morbosità, termine con il quale s’intende la frequenza di una malattia in una popolazione, e come il rapporto tra il numero di soggetti malati e la popolazione totale.

Con il “co” davanti si indica invece la compresenza di patologie diverse in uno stesso individuo o, più precisamente, il fenomeno per cui un paziente (per lo più anziano), che è in cura per una patologia (generalmente cronica), presenta anche un’altra o più malattie, non direttamente causate dalla prima, che condizionano la terapia e gli esiti della patologia principale.

Di fatto, la distinzione tra i due termini (morbilità e morbosità) non è spesso applicata in quanto considerati, erroneamente, come abbiamo visto, sinonimi tra di loro.

Come si sarà osservato, la definizione di “morbidità” non è stata data non fosse altro che perché… non esiste! (è il caso di ricordare che “morbidità” per lo più non appare come voce nei dizionari di lingua che quindi non considerano neppure la parola – vedi lo Zingarelli). E da dove deriva allora l’usatissimo (Google gli assegna 54.700 risultati contro i 161.000 di “morbilità”  e i 127.000 di “morbosità”) e sciagurato “morbidità”? Ma dall’inglese naturalmente, come già abbiamo accennato. Si tratta, infatti, nient’altro che di un calco semantico, cioè della trasposizione di modelli lessicali e sintattici da una lingua a un’altra.

Quindi, o si accetta “morbidità” in quanto calco semantico acquisito nell’uso comune, oppure lo si rigetta in quanto franco errore.

Noi optiamo per quest’ultima opzione e anche con molta convinzione, tuttavia non possiamo tacere, non fosse altro che per l’autorevolezza della fonte, un parere assai più morbido (è proprio il caso di usare questa parola…) dell’Accademia della Crusca che ha affrontato la questione (“Un caso di instabilità terminologica nel vocabolario medico”) in una dottissima risposta di Maria Cristina Torchia della Redazione Consulenza Linguistica di detta Accademia alle numerose richieste di chiarimenti giunte da parte di medici, psicologi, studenti o studiosi di medicina sulla questione “morbosità”, “morbilità” e “morbidità” (e relative forme con il “co” davanti).

L’Accademia ci ricorda che “morbosità” e “morbilità” sono due forme autoctone, la cui matrice comune è la voce latina morbus (“malattia”), da cui derivano in latino gli aggettivi morbidus e morbosus e, da quest’ultimo, il sostantivo morbositas di epoca postclassica, andando ad acquisire nel tempo il significato di (1)  “condizione patologica, stato di malattia” e (2) il significato statistico ed epidemiologico di “frequenza percentuale di una malattia all’interno di un gruppo”. L’inglese morbidity, invece, è un derivato di morbid, che è un latinismo. “Morbidità” da morbido, ci dice ancora l’Accademia,  sarebbe dunque in sé una parola italiana, per quanto obsoleta, letteraria e originariamente portatrice di significati legati appunto a quelli di morbido. Rifluendo però nel vocabolario medico italiano dall’inglese, il termine si modella sull’esempio di morbidity assumendone i significati tecnici. E poiché spesso non è l’etimologia a determinare il consolidarsi di una forma invece che di un’altra, “morbidità” potrebbe essere accettato. La conclusione è però incoraggiante: “spetta alla comunità degli specialisti arrivare a un accordo sul significato e la forma di un termine tecnico, dal momento che un vocabolario settoriale non è mai solo una nomenclatura, ma una complessa rete di concetti e relative designazioni”. Raccogliamo questo invito e rigettiamo con tutte le nostre forze “morbidità”.

Naturalmente, restiamo aperti a pareri diversi e anzi saremmo lieti di ospitarli qui per questo termine come per i prossimi che seguiranno.

Tiziano Cornegliani


 Bibliografia


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