termini mediciConoscere l’origine dei nomi delle malattie è argomento di sicuro interesse; certo, la questione richiederebbe assai più di un breve articolo, ma qui cercheremo di delineare gli elementi essenziali, sperando di suscitare curiosità e stimolare l’approfondimento.

Come tutti sanno, moltissimi nomi di malattie usano il suffisso -ite. È normale che sia così in quanto tale suffisso, di origine greca (-ites), ha proprio significato di malattia, in particolare infiammatoria, e moltissime malattie hanno alla loro base lo sviluppo di un processo infiammatorio. Scegliamo come esempio artrite perché – contrapposta ad artrosi – ci permette subito di arrivare ad altro suffisso, -osi, sempre di origine greca (-osis), ma questa volta, in medicina, con significato di affezione degenerativa. L’artrite è infatti una condizione infiammatoria a carico di una o più articolazioni, mentre per artrosi si indica una malattia cronica degenerativa delle articolazioni di natura non infiammatoria.

Tra gli altri suffissi per designare le malattie, ecco -ismo (dal greco -isma) che ha significato di condizione o malattia risultante dalla struttura anatomica indicata nella prima parte del termine o che la implica: si pensi alcolismo, gigantismo, irsutismo e moltissime altre condizioni.

Un altro suffisso usatissimo è -oma, che ha significato di rigonfiamento, tumefazione e infatti lo si ritrova, per esempio, in ematoma, ma ha anche significato di tumore e infatti moltissimi tumori si avvalgono nella loro denominazione di questo suffisso. In realtà, l’origine dei nomi dei tumori è molto più complessa. Il termine carcinoma, per esempio, viene usato per i tumori maligni che derivano da un tessuto epiteliale (di rivestimento o ghiandolare); mentre sarcoma viene usato per i tumori maligni che si sviluppano nel tessuto connettivo (come quelli a carico delle ossa [osteosarcoma], delle cartilagini [condrosarcoma], del tessuto linfatico [linfoma], del connettivo vascolare [angiosarcoma]).

A concorrere alla denominazione delle malattie si trovano non solo suffissi, ma anche prefissi: è il caso di iper- e ipo- con i rispettivi significati di “al di sopra” e “al di sotto”. Si pensi a ipertensione e ipotensione, iperglicemia e ipoglicemia, e moltissimi altri, anche se – va detto – questi prefissi stanno più per indicare una condizione piuttosto che una malattia.

Vi è poi la categoria delle cosiddette malattie eponimiche, quelle cioè che prendono il nome dello studioso, dello scienziato che per primo le ha individuate. Sono moltissime: basti pensare, tra le più famose, alla malattia di Alzheimer, o al morbo di Parkinson. Alcune volte, anziché il nome dello scienziato che per primo le ha individuate, si ha un nome geografico come nel caso della febbre del Nilo, o addirittura un termine storico-letterario, come per la sindrome di Stendhal (detta anche sindrome di Firenze, che consiste in una affezione psicosomatica che provoca tachicardia, capogiro, vertigini, confusione e allucinazioni in soggetti messi al cospetto di opere d’arte di straordinaria bellezza [lo scrittore francese Stendhal ne fu personalmente colpito durante il suo Grand Tour effettuato nel 1817]).

Alla letteratura è debitore anche il bovarismo (una condizione caratterizzata da confusione tra fantasie e realtà) che prende la sua origine dall’opera Madame Bovary, di Gustave Flaubert.

Altre volte i nomi delle malattie prendono origine da espressioni comuni, che ne rendono immediata l’idea: è il caso del ginocchio della lavandaia, del gomito del tennista, del fuoco di sant’Antonio, del labbro leporino o del colpo della strega, che altro non sono, rispettivamente, che la borsite prepatellare, l’epicondilite laterale, l’herpes zoster, la cheiloschisi o labioschisi e la lombalgia.

Alcune malattie mantengono nella loro denominazione l’origine latina, come per l’angina pectoris o la claudicatio intermittens.

Per altre malattie si preferisce il termine “sindrome” con il quale si intende un insieme di sintomi e segni clinici che può essere dovuto a più malattie o eziologie, e per altre il termine “morbo”, storicamente utilizzato per indicare malattie a decorso fatale soprattutto perché sconosciute o incurabili. Oggi, tuttavia, anche grazie ai progressi della medicina, si tende a inquadrare queste ultime come malattie o sindromi.

Vi sono poi molte malattie che sono note con la loro sigla: è il caso dell’AIDS che non viene chiamata sindrome da immunodeficienza acquisita ma appunto con l’acronimo derivato dall’inglese Acquired Immune Deficiency Syndrome. Talvolta l’abbreviazione è indispensabile: come potremmo definire la CADASIL? Forse arteriopatia cerebrale autosomica dominante con infarti sottocorticali e leucoencefalopatia (dall’inglese Cerebral Autosomal Dominant Arteriopathy with Subcortical Infarcts and Leukoencephalopathy)?

Talvolta le sigle, ahimè, vengono usate anche per nascondere la vera natura della malattia al paziente (come quando i medici scrivono nei referti “Ca” o “K” per indicare un cancro).

Quanto sopra è solo un accenno dei molti criteri per designare il nome delle malattie. Io trovo la cosa interessantissima perché rimanda a molteplici aspetti che abbracciano molte branche del sapere umano. Spero che così sia anche per i lettori di questo blog che non smetterò mai, come per i precedenti articoli, di invitare a intervenire con le loro osservazioni e i loro suggerimenti.

 

Bibliografia

Luca Serianni. Un treno di sintomi. I medici e le parole: percorsi linguistici nel passato e nel presente. Garzanti, 2005.

Massimo Bellina. Medicina, linguaggio della. In: Enciclopedia dell’Italiano Treccani (2011):


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