Perché alla gente dovrebbe interessare quello che faccio?

Lo ammetto. Lì per lì questa domanda mi ha stupita. Da giornalista, abituata a confrontarmi con le persone più diverse per chiarire gli argomenti di volta in volta sul tavolo, non avevo mai ricevuto una replica del genere. Inoltre, immersi come siamo in una realtà che oggi più di ieri fa leva sulla comunicazione, nelle sue varie forme, pare quasi un controsenso.

A chiedermi quale valore avesse il raccontarsi, e ad innescare conseguentemente una mia personale riflessione, è stata una giovane ricercatrice, nell’ambito di un ciclo di interviste sui tumori solidi in età pediatrica. Obiettivo del progetto: da un lato spiegare le ultime novità emerse dagli studi del gruppo di lavoro dedicato, dall’altro far conoscere e valorizzare le singole professionalità verso il cosiddetto grande pubblico. Un motivo in più per sfatare lo stereotipo del ricercatore sempre chiuso in laboratorio, avulso da qualsiasi contatto con l’esterno. Un’intrusione, la mia, evidentemente non gradita dall’interlocutrice in questione.

Ciò che più mi ha colpito è che a dimostrare cotanta reticenza alla comunicazione sia stata una 35enne. In virtù della giovane età, mi sarei aspettata una maggiore apertura. Invece mi sbagliavo e a confermarmi che in realtà si tratta di una tendenza diffusa è stata la lettura di alcune recenti indagini. Tra queste, ISAAC (Italian Scientists Multi-technique Auditing and Analysis on Science Communication), elaborata dal Centro Interuniversitario Agorà Scienza, l’Università di Torino, l’INFN e il CNR, i cui risultati sono confluiti in un volume a cura di Sergio Scamuzzi e Giuseppe Tipaldo pubblicato nel 2015. Dall’analisi emerge che sono i più giovani (fino a 40 anni) ad attribuire meno rilevanza alla comunicazione verso studenti, insegnanti, cittadini e giornalisti, rispetto ai colleghi a più alta produttività scientifica.
In particolare, gli under 40 e le donne – si legge – hanno “un’immagine molto negativa del pubblico, non si sentono preparati a comunicare la scienza, ritengono che tra gli ostacoli principali vi siano l’analfabetismo (scientifico) e le credenze irrazionali diffuse nella società”. E ancora: “prediligono concentrarsi sulle conoscenze condivise piuttosto che offrire l’eventuale pluralità dei punti di vista attorno a un medesimo tema; ritengono poco rilevante la comunicazione istituzionale (che comprende anche quella rivolta alla formazione nelle scuole)”. Insomma, prevale la sfiducia verso il pubblico, ma direi che anche la considerazione di sé, delle proprie competenze e del proprio ruolo ne soffre.

Altrettanto interessanti e curiosi sono gli atteggiamenti individuati nell’Annuario Scienza Tecnologia e Società 2016 realizzato da Observa. Coloro che non comunicano o lo fanno di malavoglia rappresentano oltre il 65% degli scienziati italiani, sono perlopiù giovani e si distinguono in tre categorie sintetizzabili in:

  • “l’importante è comunicare purché non lo faccia io” (tipica degli under 30);
  • “lasciatemi lavorare” (classe che non ha avuto e non ha intenzione di avere contatti con i media);
  • “oh no, mi tocca comunicare” (si tratta di persone collaborative e con un buon curriculum scientifico, eppure non trovano piacere nel comunicare).

Si dimostra aperta e propositiva, nell’instaurare un dialogo con i non esperti, solo una minoranza: il 16% divulga in prima persona, ma è orientato verso un pubblico passivo per colmare buchi informativi, mentre il 18% è disposto a utilizzare mezzi diversi per trasmettere i risultati del proprio lavoro.

observa
Un ultimo aspetto che mi ha fatto pensare, dopo quel quesito iniziale, riguarda il genere. È risaputo, infatti, che le donne sono in deficit di autostima rispetto agli uomini, tanto da sentirsi spesso inadeguate e inferiori anche quando avrebbero tutte le carte in regola per emergere e farsi valere. A tal proposito, uno studio americano è arrivato a stabilire che il dislivello di autostima fra donne e uomini che vivono in nazioni avanzate è più ampio di quello registrato in zone più povere. I risultati, inoltre, confermerebbero che in tutti i Paesi considerati, non solo quelli occidentali, l’autostima aumenta con l’età (ciò vale per entrambi i sessi) e che all’origine di tale espressione vi sarebbero ragioni sia di tipo biologico che culturale.

Ecco, in quel “perché alla gente dovrebbe interessare quello che faccio?” ho letto anche questo: la sorpresa dell’intervistata per l’attenzione, e quindi il valore, che le stavo dando come persona e professionista.

Elena Trentin


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