IL GRANDE INGANNO SULLA PROSTATA
Perché lo screening con il PSA può avere gravi conseguenze per milioni di uomini
Richard J. Ablin, con Ronald Piana | Raffaello Cortina Editore

screening PSA prostataIl grande inganno sulla prostata” è una storia pericolosa e affascinante. Racconta di un impero fatto di soldi, corruzione, conflitti di interesse, dolore… Un impero che poggia su una ghiandola delle dimensioni di una noce. A raccontare la storia è il dottor Richard J. Ablin, scopritore nel 1970 del PSA, l’antigene prostata-specifico. Si tratta di un enzima la cui concentrazione ematica aumenta in diversi contesti in cui questa ghiandola è coinvolta, patologici e non: tumori, ma anche infezioni, ipertrofia benigna o semplicemente per la pressione subita in sella a una bicicletta. Perché dunque il test PSA è comunemente ed erroneamente conosciuto come “l’esame per il tumore della prostata”?

Per capirlo è necessario tornare indietro di quarant’anni, negli Stati Uniti della “guerra al cancro”. Nel 1979 l’azienda Hybritech sviluppa e brevetta il test PSA (l’autore del libro aveva scoperto l’esistenza dell’antigene, non il metodo per rilevarlo nel sangue). Gli studi clinici parlano chiaro da subito: il test non può essere usato come screening per il cancro della prostata. L’autore spiega i quattro punti cruciali che portano a questa conclusione:

  1. Il test è poco specifico, con una percentuale di falsi positivi dell’80%;
  2. non esiste un livello preciso di PSA che possa individuare un cancro;
  3. il cancro della prostata è legato all’età ed è molto frequente (circa il 40% degli uomini tra i 40 e i 49 anni, l’80% dopo i 70 anni), ma a bassissima mortalità;
  4. il test non può distinguere un tumore indolente (la grande maggioranza) da uno aggressivo.

Eppure la FDA (Food and Drug Administration) ne approva l’utilizzo nel 1994. Perché? Quali interessi erano in gioco, ben meno nobili della salute pubblica?

Per capirlo è necessario fare un’altra precisazione. Negli Stati Uniti per ricevere assistenza sanitaria bisogna avere stipulato un’assicurazione privata, mentre lo Stato provvede a finanziare due sistemi pubblici: Medicare (per gli ultrasessantacinquenni) e Medicaid (per individui economicamente o socialmente svantaggiati). I medici sono rimborsati in base al numero di prestazioni eseguite: “Nessuno degli urologi si era sognato di fare anche un solo cenno alla sorveglianza attiva. […] Perché? La risposta è, semplicemente, il denaro. Gli urologi fanno soldi facendo biopsie e rimuovendo prostate, non stando a guardare”.

L’introduzione dello screening genera un mercato incredibile: ogni anno, trenta milioni di uomini sottoposti al test, un milione di biopsie prostatiche e centomila interventi, la maggioranza dei quali inutile! Per anni FDA e AUA (American Urological Association) nascondono la testa sotto la sabbia, arricchendo un’industria colossale: terapia protonica, chirurgia robotica, radioterapia hanno fame di pazienti/clienti. Ma un altro mercato esplode: “I due effetti collaterali principali (della prostatectomia radicale) – incontinenza e impotenza – hanno alimentato le industrie mediche di nicchia. […] Protesi peniene, farmaci e dispositivi per la disfunzione erettile, sfinteri urinari artificiali, pannoloni, cateteri: la lista è lunga”.

L’autore per anni si batte contro l’uso improprio della sua stessa scoperta, come racconta in un editoriale scritto per il New York Times nel 2010 e intitolato proprio “The Great Prostate Mistake”.

Si stima che, dal 1986 al 2005, oltre un milione di uomini abbiano avuto una sovradiagnosi con relativo trattamento per cancri indolenti. Solo nel 2013, la AUA ha mitigato la sua posizione e nelle nuove linee guida suggerisce la possibilità di uno screening con cadenza biennale tra i 55 e i 69 anni, previa informazione dei rischi e benefici collegati al test. L’agenzia governativa indipendente US Preventive Services Task Force continua tuttavia a sconsigliarne in toto l’utilizzo.

Il grande inganno sulla prostata mette a nudo i risvolti negativi di un sistema (mercato?) sanitario dove generare denaro conta più che salvaguardare la salute pubblica. Dovrebbe farci riflettere sull’importanza di avere istituzioni competenti e libere da condizionamenti nella gestione della sanità. E farci apprezzare maggiormente il nostro sistema sanitario, efficiente, gratuito e al riparo da certe spietate logiche. La perfezione è impossibile da raggiungere ma, dalle nostre parti, ci siamo più vicini.

Lorenzo Paonessa


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