Intervisto persone pressoché ogni giorno e, con un occhio perenne ai secondi che scorrono sul display del registratore perché la radio ha i minuti contati, mi ritrovo a ragionare su quante modalità esistano per rispondere a una domanda.
Il mio piglio indagatore, al limite della pignoleria, mi ha portato a stilare una sorta di inventario della “varietà umana”, che non ha alcuna base scientifica ma si basa solo sull’esperienza personale.

  1. Il puntuale: è colui che sa dare una risposta breve ed esauriente. Fornisce i dati essenziali rimanendo nei tempi richiesti. Ha dimestichezza con i mezzi radiotelevisivi e per questo ha imparato anche ad essere incisivo.
  2. L’accorto: risponde subito all’interrogativo e aggiunge un particolare, generalmente un esempio chiarificatore, sicuro di non sforare nei tempi.
  3. L’amante della (prei)storia: parte dai primordi per rispondere solo alla fine al quesito. Il suo attacco suona spesso così: “Elena, prima di rispondere alla tua domanda devi sapere che…”. Peccato che dentro di me sappia già che con ogni probabilità dovrò tagliare questa parte!
  4. L’abile: è colui che sposta (o tenta di spostare) la conversazione altrove, aggirando la questione, per porre l’accento su ciò che più lo interessa.
  5. Lo smemorato: guai a porgli due domande in un sol colpo perché è molto probabile che risponda solo a una e dimentichi l’altra.
  6. Lo sperduto: inizia a parlare, ad un certo punto ti guarda e, con tono dimesso, dice: “Non ricordo più qual era la domanda!”.
  7. L’inconcludente: parla molto, ma soprattutto apre tante parentesi senza chiuderle, col risultato che tocca più argomenti senza spiegarne bene anche solo uno.
  8. L’autocritico: ad un certo punto del discorso si interrompe perché si rende conto di risultare poco chiaro e cerca l’espressione migliore. Accade più spesso quando si sviluppano concetti scientifici e l’interlocutore non è avvezzo a parlare al grande pubblico.
  9. Il monosillabico: non dice molto più di ‘sì’ o ‘no’; preferisce che la risposta sia già contenuta nella domanda.
  10. L’accentratore: vorrebbe sostituirsi al giornalista proponendo egli stesso la lista di domande che desidererebbe gli venissero rivolte.
  11. Il prudente: preferirebbe che gli venisse indicato genericamente l’argomento, senza un quesito specifico, per poter ordinare le informazioni secondo la sua logica.
  12. Il riflessivo: vuole sapere in anticipo come gli porrai la domanda perché necessita di almeno un minuto di raccoglimento per ordinare le idee.
  13. L’insicuro: ancor prima di cominciare l’intervista sa già che commetterà degli errori e avverte: “ma se sbaglio, possiamo rifare?” oppure “ma se sbaglio, lei poi sistema?”.
  14. L’insoddisfatto: al termine dell’intervista è solito dire: “non mi sono piaciuto, potevo aver detto che…”.
  15. L’assoggettato: non può fare a meno di cominciare la prima frase con “allora”, “dunque”, “quindi”, “ecco” o, peggio, “beh”. Non solo. Ama infarcire il suo discorso con espressioni quali: “piuttosto che” (dall’uso non sempre corretto), “assolutamente” e “ciò detto”.

Non me ne vorranno le persone che in questi anni ho interrogato, e quelle con cui parlerò in futuro, per queste quindici sfumature di risposte, ma ogni intervista può rivelarsi una sorpresa e una fonte di riflessione sulle dinamiche di quello che normalmente chiamiamo “public speaking”.
Ingerenze degli interlocutori a parte, arrivare ad essere brevi, chiari e – perché no – persino convincenti, è ancora lungi dall’essere un processo di conoscenza alla portata di tutti.

Elena Trentin


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